Quando il dolore tace

 

Prima il terremoto, poi lo tsunami ed infine il fantasma nucleare alzatosi da Fukoshima. Sui giornali non c’è già più spazio per parlarne, ma certe immagini non si possono dimenticare. Inutile ripetere che sembrano spezzoni di film d’avventura: in Giappone è tutto reale. Il mare impazzito, l’acqua torbida e demoniaca che risucchia macchine, alberi, strade, barche e persino case, ridotte a semplici pezzi di carta. Famiglie perdute per sempre insieme ai ricordi.  Una sirena d’allarme come colonna sonora della tragedia a cui però non si accompagna nessun grido. Perchè di fronte a onde alte dieci metri i giapponesi rispondono col silenzio. Manichini dagli occhi a mandorla, intaccabili, taciturni. I bambini non strillano, anzi, si comportano da adulti prestando aiuto nelle attività quotidiane. Sono umani? Per noi occidentali tutto ciò appare incomprensibile e reagiamo inchinandoci a tanta fermezza. Mi risuona in testa una frase di un programma televisivo :” Applaudiamo alla dignità del popolo giapponese di fronte alla catastrofe”. Qualcosa mi turba. Posso ammirare il loro comportamento in quanto coerente alla cultura nipponica, ma non me la sento di applaudire. Sembra che la loro reazione sia più giusta della nostra.
Ho cercato di trovare risposte ai miei dubbi e finalmente un’intervista ad Adolf Muschg mi ha soddisfatta. In Giappone, sostiene lo scrittore svizzero, non vi è cultura “della parola”: il silenzio è sinonimo di rispetto. La rigida compostezza, la preparazione a tragedie di tale portata e il “sangue freddo” dimostrato quando tutto intorno crolla sono caratteristiche proprie della loro cultura. Ma un importante tabù è ancora presente: il pianto. Mostrare le lacrime in pubblico viene giudicato disonorevole e segno di imbarazzante debolezza. Il rifiuto della sconfitta e del destino avverso insieme alle paure e sofferenze dell’animo vengono “svuotati” nel forte senso del dovere. Sin da bambini si impara a esorcizzare  lo “jishin” ( il grande terremoto) per imparare a familiarizzare con il fato: controllare qualsiasi tipo di emozione è un esercizio psicofisico e non conosce ribellioni urlate.
 “Shikata ga nai “continuano a ripetere, “non ci si può fare niente”. Il destino, quando decide, è ineluttabile e bisogna saperlo accettare. Tutto perfetto, tutto controllato, nessuna sbavatura in questo popolo.
Ma come si spiegano allora i continui suicidi ?Ogni quindici minuti un giapponese decide di lasciare il mondo. Per vergogna? Per insoddisfazione? Per repressione dei sentimenti?
Perchè mai dovremmo prendere il loro atteggiamento così “alieno” come modello?
Non ho un cuore di ghiaccio: finchè si parla della loro capacità di sopportazione e di organizzazione per ricostruire nel Sol Levante una “nuova vita” sono perfettamente d’accordo, ma quando si tratta di battere le mani a una lacrima soffocata dentro il sangue non acconsento più.
Perchè niente di più umano è il pianto, e addirittura ce lo dimostra anche il Vangelo : Gesù pianse quando resuscitò Lazzaro e pianse ancora nel giardino del Getsémani.
Non esiste un atteggiamento giusto o sbagliato di fronte alla morte. Quando si tratta di emozioni però si parla di quello che siamo, e cosa siamo se non esseri umani? Siamo fatti di sangue e ragione, di cuore, di anima. 

                                                                           Beatrice Cristalli

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