Omocausto “Paragraph 175”

Giovedì 27 gennaio, giorno della memoria, viene proiettato nel salone della Cavallerizza “Paragraph 175” il film/documentario di Rob Epstein e Jeffrey Friedman vincitore del Festival di Berlino nel 2000. La serata è stata organizzata dal circolo Arcigay l’A.T.O.M.O. e dall’Agedo (associazione di genitori e amici di omosessuali) per ricordare la deportazione e la morte degli omosessuali all’interno dei campi lager. Rita Mura presenta il film ricordandoci che dopo gli Ebrei gli omosessuali furono la minoranza più colpita. Il film vede le sue prime sequenze centrate sui treni, sui binari, e sul significato che essi ebbero durante la deportazione nazista, il narratore ,rappresentato da Rupert Everett, spiega che di tutti gli omosessuali deportati nel 2000 se ne conoscevano solamente 10 ancora vivi.  Solamente cinque di questi uscirono allo scoperto per portare la loro testimonianza e denunciare una verità non sempre ricordata e nota.

“Ho giurato che non avrei più dato la mano a un tedesco” afferma Pierre Seel, scrittore francese, deportato, violentato e discriminato nel campo di Schirmeck.

Ma la Berlino pre-hitleriana era molto diversa, la Repubblica di Weimar determinò l’età dell’oro di Berlino, c’erano tre club molto famosi tra gli omosessuali che venivano spesso affittati per alcune serate. Il Paragrafo 175 in vigore nel codice penale tedesco dal 1871 che considerava un crimine gli atti omosessuali tra uomini, ma con l’avvento del nazismo la legge venne peggiorata ed ogni comportamento omosessuale veniva condannato.  Uno dei primi ufficiali di Hitler, Ernst Rohm era omosessuale. Tutti lo sapevano, ma Hitler lo difese fino alla notte dei lunghi coltelli quando ne commissionò l’omicidio. Da quel momento in poi pettegolezzi, insinuazioni, gesti, sguardi potevano farti finire nei lager, omosessuale o no. Ogni giorno si doveva dire addio a qualcuno e proprio per questo a quel tempo una notte d’amore aveva un valore molto diverso. Attraverso le loro testimonianze ripercorriamo le storie private di chi ha vissuto tutto questo sulla propria pelle: il combattente della resistenza gay per metà ebreo, l’ebrea lesbica che fuggì in Inghilterra grazie all’aiuto della donna che amava, il fotografo tedesco e cristiano che si arruolò nell’esercito una volta uscito di prigione e Pierre Seel che vide il suo amante torturato e ucciso nel lager.

I 2/3 degli omosessuali deportati morirono. Tutto ciò va oltre la comprensione umana e molto di ciò che accadeva è ancora segreto. Il documentario significativo per le importanti testimonianze riportate, ma anche per il lato umano con cui viene affrontato l’argomento. La dolcezza dei protagonisti e l’evidente difficoltà con cui essi ricordano il loro passato è dimostrazione del loro coraggio e dell’esigenza di riportare alla memoria ciò che spesso viene posto in secondo piano.

Il successivo dibattito, oltre agli interventi di alcuni spettatori e degli organizzatori riporta un dato decisamente sconcertante: in circa 74 Stati ai giorni nostri sono ancora in vigore leggi contro l’omosessualità e condanne che partendo dal carcere e dai lavori forzati possono arrivare ad ergastolo e pena di morte. “Una cultura si basa anche sui ricordi”, ma la memoria deve insegnare a non ricommettere gli stessi errori del passato. 

                                                                                                Irene Olivo

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