La Cenerentola: la vita è un sogno

Anche a Rossini l’idea venne così. In una fredda e agitata notte d’inverno, impegnato a scegliere un’opera per il carnevale del 1817, dopo che la censura pontificia gliene aveva bocciata una precedente, l’idea della Cenerentola fu il raggio di luce, di ragione e di certezza che ci prende quando un’idea geniale attraversa per un attimo la nostra mente e la squarcia, tanto che di questo passaggio ne rimane un solco; siamo certi che quel solco Rossini lo colmò subito, mettendosi in fretta e furia a dar vita quella stessa notte, in compagnia del librettista Jacopo Ferretti, ad una della sue più famose opere liriche basandosi sulla fiaba originale di Perrault.

E così, ancora una volta, sono le fiabe che ci vengono incontro; sono le fiabe, con la loro magica irrealtà, a farci provare ancora la dolce ed incosciente felicità dell’infanzia e a farci credere che, nonostante i giorni della vita siano popolati da tanti ostacoli quante sono le streghe cattive o i mostri malvagi, i sogni si avverano; ed è strano vedere come questa atmosfera fatata sia palpabile ed intensa anche al Teatro Municipale di Piacenza, il giorno 30 gennaio 2011, pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo pomeridiano. Fuori nevicava, ma nessuno fece caso ai vestiti bagnati, alla fila di gente che ancora attendeva di prendere un biglietto, alla vita frenetica che purtroppo è tutt’altro che sogno: tra nonni e nipoti, genitori e figli, insomma, tra generazione passata e futura non c’era più alcuna differenza, perché tutti erano lì per prendersi un attimo di pausa dal tempo e ritornare per un secondo bambini, anche se ci sono le rughe, altri piccoli a cui badare, ma soprattutto la vita che, con i suoi affanni, ci toglie il respiro. Anche il teatro sembrava essersi adattato alle aspettative degli spettatori, o forse ero soltanto io che lo vedevo diverso: sarà stata la prospettiva da cui osservavo l’immagine di una incredula e meravigliosa follia, perché ormai lasciarsi andare alla fantasia, in un mondo con i piedi che il cemento ha imprigionato a terra, è da reputarsi pazzia. Ero lì, in un buio posticino del loggione, il posto che fa più paura ma attira di più, perché ti permette di immaginare, in modo più esclusivo, di poter dominare ciò che ti sta sotto senza l’obbligo di dover sottostare ad un codice; non ci sono regole nel loggione, se non quella di abbandonarti a tutto quello che il cuore ti suggerisce e che il tuo corpo senza padrone accetta di mettere in pratica. Nessuno, sotto di me, sembrava voler star fermo, perché tutti si agitavano nella loro postazione, camminando nella speranza di riuscire a gettarsi via la tensione della quotidianità che ancora faticavano a lasciarsi alle spalle, non staccando però gli occhi dal palcoscenico e continuando a ripetere, come dominati da una forza superiore, se la protagonista sarà bella, se sarà brava, come sarà vestita, se lei e il suo principe si baceranno, oppure a tranquillizzare i loro piccoli dicendo loro le stesse cose che affollano le loro mente adulta. Tutti aspettavano questa famosa Cenerentola, quasi fosse un attrice famosa o una cantante di grido che una folla di adolescenti aveva ammirato tutta la vita ed ora, dopo tanti sogni, si aspettava di vedere dal vivo. Ed ecco, improvvisamente, il sogno iniziò; si spensero dolcemente le luci, il sipario si aprì e, in un attimo, ci fu; ci furono i sogni di una ragazza innamorata che combatte contro la famiglia di sorellastre sfruttatrici e pasticcione per poter vivere con il suo amore, ci furono le sue peripezie e le sue gioie, ci furono le sue lacrime ed i suoi sorrisi, scanditi dalle note dell’orchestra, dalla sua voce e dal nostro applaudire di mani che, man mano, si era fatto sempre più frenetico. Ci fu suo padre che, dotato di una cattiveria e avarizia senza pari, ha preso nell’opera di Rossini il posto della tanto odiata matrigna, il simbolo di qualcuno che, in ogni modo, desidera porre barriere sempre più alte al nostro futuro, ci fu il principe azzurro, i cui insoliti occhi a mandorla simboleggiano il grado di globalizzazione raggiunto anche nel mondo della fantasia e la cui voce appartiene al bravissimo Yijie Shi, già definito un “piccolo samurai dell’acuto”, ci fu, come in ogni favola che si rispetti, un angelo custode, eccezionalmente maschile, che, coadiuvato da un esercito di servitori simpatici e scaltri, vegliò per tutta la rappresentazione sulla nostra immaginazione e si preoccupò, con i suoi gesti inconsueti e affascinanti, di farci sprofondare ancor di più nel vero senso della fiaba che senza la sua magia probabilmente non esisterebbe. Tutto ciò avvenne in attimi che, mascherati da ore, ci hanno trascinato per ore in vortici di terre lontane ed inesplorate, le terre dell’anima di cui solo il cuore possiede la chiave ed esclusivamente al quale è concesso di entrare. Ecco, in un attimo, così come era iniziato, il sogno finì: gli attori si presentarono inchinandosi ripetutamente e per la prima volta, sui loro volti erano presenti tracce di umanità; adesso anche loro sarebbero tornati alle loro vite e alle loro preoccupazioni, così come avremmo dovuto fare noi. Il teatro, piano piano si svuotò ed in quel momento, scendendo velocemente le scale della mia torre, mi ritrovai parte della agitata folla iniziale, ma derubata dell’eccitazione precedente; in quel momento era rimasta solo la paura di non avere l’ombrello, perché fuori stava ancora nevicando, o che il bambino non fosse coperto bene, o addirittura di non riuscire a trovare qualcuno che fuori ansiosamente ci aspettava; paure che ci attanagliano ogni giorno, con varie intensità. Non c’era più traccia di Cenerentola, i bambini erano andati via lasciando il posto agli adulti, che dopo anni e anni di favole, avevano trovato la loro in cui rifugiarsi e in cui fingere di vivere; perché un giorno anche su di noi si chiuderà il sipario, ed il palco rimarrà vuoto, ma solo per un attimo, fino a che qualcun altro impugnerà uno strumento, o prenderà fiato, e la magia ricomincerà.

Tutte le persone si riversarono fuori e, in un tacito grido, si accorsero che la neve aveva lentamente coperto tutta la città e si ricordarono, in un lampo di nostalgia, di quando giocavano a palle di neve o si rincorrevano per la strada senza badare alle macchine che passavano o a quelle che sarebbero passate. Questo è quello che è accaduto, o almeno, ciò che io ho voluto immaginare in quell’istante.

In fondo, Cenerentola non se ne era andata, e non se ne sarebbe andata mai.

                                                                                            Arianna Gazzola

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