Quando una notizia uccide

 

Martedì 18 maggio si è tenuto presso l’istituto ITIS G. Marconi un incontro con Alberto Spampinato, giornalista e fratello di Giovanni Spampinato ucciso nel 1972 a soli 25 anni perché aveva voluto cercare la verità e non nasconderla.  All’incontro presenti anche: Camillo Galba presidente dell’associazione stampa dell’Emilia Romagna, Carla Chiappini consigliera dell’Ordine dei giornalisti e Antonella Liotti referente di Libera Piacenza da cui è stata organizzata l’iniziativa ed il direttore di Libertà Gaetano Rizzuto che ha presentato l’incontro.   Hanno partecipato alcune classi del nostro Liceo, del Liceo Colombini e dell’Istituto Marconi.

Ci troviamo a contatto con una realtà che spesso per comodità preferiamo ignorare, la memoria di persone come Giovanni Spampinato che hanno sacrificato la vita per svolgere il proprio dovere, per portare alla luce verità scomode al potere, scomode alla mafia.  Si, la mafia, quella di cui sentiamo parlare ogni giorno, quella che viene condannata come una qualche malattia presente al Sud, quella che agisce ovunque, minaccia, spaventa, quella che tutti pensano di non poter combattere.  Inizialmente ci viene presentato il libro scritto da Alberto Spampinato: “ C’erano bei cani ma molto seri”, libro in cui viene raccontata la storia del fratello, la storia di una famiglia di Ragusa formata da un padre, una madre e 3 fratelli tra cui Giovanni, il maggiore.    Giovanni inizia a scrivere per il giornale di Palermo l’Ora nel 1969, egli faceva giornalismo d’inchiesta, personaggio ironico e brillante a cui non importava della bassa paga del proprio lavoro (25.000 lire e neanche ogni mese), ma la ricerca delle verità nascoste.  Dopo la strage di Piazza Fontana del ‘70 Giovanni lesse un libro di controinformazione che tracciava una mappa in cui veniva segnalata città per città la presenza di gruppi eversivi neofascisti. Città  come: Milano, Bologna, Roma, Napoli, Palermo ecc.

Ma Ragusa non compariva. Un noto ingegnere del posto venne ucciso. Giovanni iniziò l’indagine e portò alla luce i rapporti tra mafia e gruppi neofascisti presenti anche nella sua città, rapporti che portavano dentro al Palazzo di Giustizia, una pista precisa che portava al figlio del presidente del tribunale. Scriverlo poteva essere sgradito a molti, ma Giovanni lo fece, la sua morte iniziò da lì.  Era il 27 ottobre 1972 quando venne ucciso.

Alberto, che studiava ingegneria, sentì che doveva dedicarsi al giornalismo come aveva fatto il fratello, anche egli inizia scrivendo per l’Ora, il primo giornale a denunciare il rapporto tra mafia e politica.  Alberto è stato fino al 1992 capo-redattore dell’Ora, da 3 anni è consigliere nazionale della federazione della stampa, ha fondato l’Osservatorio Ossigeno che ha lo scopo di controllare ed aiutare i giornalisti minacciati e sottoscorta.  Essi sono davvero tanti, ma sono nomi dimenticati come quello di  Giovanni, non se ne parla perché fanno paura, sono personaggi scomodi come le notizie che scrissero e scrivono.  Solo 8 furono quelli uccisi in Sicilia, quasi tutti scrivevano per l’Ora, Giovanni fu il terzo. E in Italia oggi ci sono 200 giornalisti censurati e minacciati, 10 cronisti sottoscorta, come possiamo accettarlo quando: “L’informazione giornalistica” come dice Spampinato “ è un’infrastruttura irrinunciabile della democrazia?”  In Italia l’informazione è molto ridotta, siamo nell’era della comunicazione, e i due concetti non vanno confusi.  La comunicazione ha un determinato obiettivo e aspetta la reazione del pubblico, l’informazione deve riferire i fatti e scavare sulle notizie, è questa che “può dare fastidio”.  I giornalisti spesso vengono lasciati soli, senza contratto quindi senza tutele. La mafia ha diversi mezzi tra cui anche il ricatto economico e l’intimidazione, proprio questo molte aziende editoriali abbandonano i giornalisti.  In Italia c’è anche il tentativo di frenare l’informazione attraverso leggi dello stato.  La più recente e discussa in questo periodo è la legge sulle intercettazioni. Essa vieta di poter scrivere e dare notizie fino all’inizio del processo. È la morte del diritto dei cittadini ad essere informati. Inoltre prevede un taglio dei contributi alle imprese editoriali e una sanzione pecuniaria per gli editori i cui giornali pubblicano notizie del genere.  Spampinato spiega anche la tendenza a considerare la mafia come qualcosa che riguarda solo il Sud. La mafia al sud controlla i territori ed è il regno dei capi, ma attraverso le infiltrazioni nel Nord dove ci sono gli appalti ecc la mafia fa affari e realizza i suoi profitti.

“La mafia fa affari ma non fa notizia”. Cancella le tracce e minaccia i testimoni.

“La mafia è nata da dei prepotenti che hanno messo paura alle persone semplici che non hanno reagito” questa è la definizione data da Spampinato.  Ci sono tante persone che sono disposte a sacrificarsi, che combattono, che non si rassegnano, noi dobbiamo aprire gli occhi, non fidarci delle apparenze e dubitare, dobbiamo conoscere. Alberto ci porta l’esempio di Arnaldo Capezzuto, giovane cronista di nera, che scoprì i retroscena dell’assassinio di Annalisa Durante. Venne minacciato, ma denunciò le minacce e vinse. “Uomo morde cane” dice Spampinato.

“Per combattere la mafia bisogna ammetterne l’esistenza”.

E’ il momento di ricordarselo.

                                                                                                                        Irene Olivo 3°D lg

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1 Commento

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Una risposta a “Quando una notizia uccide

  1. Sofia

    Bello.
    Penso anche io le cose che hai detto e penso che tu sia stata molto brava a esprimerle con questo tono. Brava.

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