La mia patria è…

 

La storia di un’amica dell’Acuto

Avevo undici anni e nell’ora di geografia avevo avuto l’incarico di presentare la Sicilia, che mi era stata assegnata poiché tutti conoscevano le mie origini (i miei genitori, nonni, zii, cugini sono quasi tutti siciliani). Al termine della mia esposizione una mia compagna mi chiese se mi sentissi più siciliana o più emiliana.  La sua curiosità però non venne soddisfatta, perché non sapevo cosa rispondere.  Abbiamo affrontato in classe il tema “patria” con la lettura di un articolo di Claudio Magris*, mi sono posta di nuovo quella domanda e credo di aver trovato una risposta: io sono una cittadina di Piacenza, ma anche dell’Emilia-Romagna, dell’Italia, dell’Europa…del mondo. Sì, io appartengo al mondo.  

Questa è la mia patria.   Frequento il liceo linguistico, ma imparare lingue nuove sta solo alla base delle mie aspettative; il mio vero obiettivo è entrare nelle altre culture, assaggiarle, capirle, viverle e apprezzarle, sempre con grande rispetto. Con la parola rispetto intendo quello che si porterebbe anche nella propria terra, non quello che si porterebbe in casa di un ospite, perché noi dobbiamo sentirci a casa ovunque, anche se alcuni luoghi ci sembreranno più familiari di altri. Ovviamente tengo molto anche all’Italia, le cui cose da scoprire sono ancora tante, e in particolare alla Sicilia. Non temo la mia complessità, dentro di me sento una grande curiosità verso il diverso e comunque un bisogno di riconoscermi in certe zone del mondo, il che non è una semplice questione di parentela etnica, bensì di affinità ad una cultura e ad uno stile di vita.

Sul fronte opposto al mio ci sono persone che si chiudono e cristallizzano la propria identità culturale. Sono convinte di essere sull’orlo di un precipizio e di dover rimanere saldamente attaccate a qualcosa per non cadere in un vuoto sconosciuto. Se abbandonassero questa paura, che come ci insegna Magris non va né derisa né ignorata, e si lasciassero andare, troverebbero un letto d’erba soffice ad accoglierli.  Un nuovo mondo si aprirebbe davanti ai loro occhi e porterebbero comunque con sé le loro origini.  Nel caso decidessero di mantenere invece le loro idee cristallizzando una rigida appartenenza culturale, si sentirebbero costantemente minacciate, diventerebbero aggressive e intolleranti con chiunque sia diverso da loro.

In un episodio della mia vita mi è capitato di incontrare mentalità analoghe. Mia sorella è stata la prima di tutta la nostra grande famiglia a sposare uno straniero, un macedone. I parenti sono stati sconvolti, per un certo periodo, dal fatto che lui non fosse italiano e lo consideravano in qualche modo pericoloso. Pertanto non gli hanno dato il giusto benvenuto, a differenza dei miei genitori, il cui unico interesse era la felicità della figlia.    Questa, stuzzicata dall’amore e dalla curiosità, stava ogni sera china sulla grammatica macedone, sedeva davanti al computer per imparare ricette tipiche, faceva mille domande… L’amore ha la forza di suscitare in noi emozioni tali da spingerci ad interagire con gli altri popoli. I miei parenti non avevano capito che le civiltà collaborano e si fondono da sempre, ogni giorno, e non si può pretendere che l’Italia non abbia contatti con le altre nazioni, perché non sopravvivrebbe. Dobbiamo abbassare queste barriere, permetterci di uscire e di lasciare entrare.   Tuttavia, anche nell’aprirsi al mondo c’è un rischio: l’omologazione indistinta. Ma io non ho paura di dimenticare chi sono, da dove vengo, le mie abitudini, le mie origini o le mie tradizioni. Ci sono valori profondamente radicati in me, che mi sono stati trasmessi dai genitori, dalla scuola, dalla religione. Ci sono ricordi ed esperienze incancellabili.   Una testimonianza ebrea, che abbiamo avuto modo di conoscere nell’Assemblea di Istituto dell’ 8 febbraio, può confermare quanto ho detto. Susanna, un’ebrea lontana dalla sua terra e ospitata da una famiglia partigiana, si inginocchiava ogni sera accanto alla sorellina e le sussurrava di non dimenticare il suo vero nome, che era ebrea, ma di non dirlo a nessuno. Concludeva mostrandole fotografie con i loro ricordi o citandole una preghiera ebrea insegnatale dalla madre.    E’ fondamentale tramandare di generazione in generazione l’identità culturale della propria terra, ma senza screditare quella degli altri, nel corso della storia il nazionalismo troppo spesso è stato la volontà oppressiva di affermare una gerarchia delle identità culturali.

Io ho preso una posizione, sostengo e mantengo le mie idee, ma cerco di non chiudermi in esse; sono disposta ad ascoltare le opinioni altrui, a combatterle se non mi convincono o a condividerle se capisco di essermi sbagliata. Dubito comunque fortemente di abbandonare la mia posizione, poiché penso che il modo che ho scelto sia il più sereno, civile e umano di vivere.

* Si tratta di un interessante articolo dal titolo “Un’idea di patria (senza retorica)” pubblicato nel giugno 2002, che abbiamo decodificato in classe per riuscire a comprenderne l’articolazione concettuale, a dire il vero un po’ difficile, ma è valsa la pena!

                                                                     Sabrina Messina

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